Giuseppe Borrello
... opere iperrealistiche di grande effetto
 
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Italia (Italie) 




Figlio d’Arte, poiché il padre è scultore operante in sud America, nasce nel 1950 a Sant' Agata di Esaro. In tenera età si rivela bambino prodigio per la sua innata capacità di ritrattista. A soli 14 anni realizza due dipinti di soggetti religiosi: uno nella Chiesa Madre del suo paese natio; l’altro di dimensioni ragguardevoli (m 220x4) trovasi esposto nella Chiesa Madre di Mottafollone (CS). La tecnica usata nelle sue opere giovanili è olio su tela; inoltre, produce copie di "Grandi Maestri" del passato come Sebastiano del Piombo, Pietro Paolo Rubens, Francesco Guardi, ecc., raggiungendo così un’abilità fine, che può considerarsi propedeutica alle tecniche innovative finora realizzate dall’artista.
Come si può capire, i capolavori borrelliani sono frutto del sostegno morale che gli ha dato la madre Carmelina, donna di sanissimi principi morali, la quale è stata la prima a credere fermamente nelle sue capacità, stimolandolo sin dalla giovane età, nel suo innato talento e nelle sue ostinate ricerche. Da autodidatta è riuscito a mettere a punto delle tecniche che, a parer mio, possono attribuire al Borrello la definizione di "cesellatore del segno".
Dal 1979 vive e lavora a Torino, dove è riuscito ad approfondire le sue ricerche, convenendo ad una perfezione eccezionale, grazie alle sofisticate strutture esistenti nel capoluogo piemontese.
Gran parte della sua formazione artistica nasce dallo studio dei Grandi Maestri del Rinascimento, studio e ricerca che successivamente lo condurranno all’invenzione e alla realizzazione di due tecniche pittoriche: la "pittura a biro" e la "pittura tramite punte metalliche" (argento, oro, palladio, platino, titanio); i suddetti metalli sono messi in ordine crescente di durezza. Usa inoltre olio, pastello, tempera, acquerello, matita, china, sanguigna, gessetto, litografia ed acquaforte.
Il Borrello con le sue tecniche innovative riesce a realizzare opere iperrealistiche di grande effetto e con singolare vivacità delinea volti, studi anatomici, ritratti, opere a sfondo religioso, paesaggi, nature morte.

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Una vita intorno a una “sfera”
Suo padre, scultore, vive in Colombia, suo zio è un affermato pittore venezuelano, ma Giuseppe Borrello ha sempre rifiutato i loro inviti di andare a lavorare in America perché, afferma, in Italia sono le sue radici. I primi dipinti, a soggetto religioso, gli sono stati commissionati quando aveva 14 anni, per alcune chiese calabresi, e fin da allora nella zona di Cosenza era conosciuto come un enfant prodige della ritrattistica. Il più alto riconoscimento della sua carriera Giuseppe Borrello l’ha però ricevuto nel 1992 quando papa Giovanni Paolo II ha accettato in dono da lui un suo ritratto a colori, che ora si trova in Vaticano. Fin qui la cronaca di una avventura artistica cominciata precocemente ma che si segnala per un aspetto assai più singolare: infatti Giuseppe Borrello dipinge con la penna a sfera.
Borrello, 43 anni, sposato con un’insegnante, padre di tre figlie, è nato a Sant’Agata di Esaro, Cosenza, ma si è trasferito in Piemonte dopo essersi diplomato all’Accademia di belle arti di Napoli, aver studiato a lungo in Toscana i maestri del rinascimento ed essersi occupato di restauro e incisione.
Dal 1967 lavora ad affinare questa sua personale, inconsueta, tecnica pittorica, in una ricerca che ha assorbito ogni altro suo interesse artistico e che lo ha portato a collezionare mostre e premi, in Italia e all’estero.
Per la meccanica uniformità del segno, la biro non è mai stata considerata una tecnica espressiva autonoma; è un mezzo per lo più ignorato in pittura, anche perché l’inchiostro dei primi modelli, talora oleoso, non consentiva di controllare la nitidezza del segno. La possibilità di eseguire ge-stualmente l’immagine, come in pittura, ha però conferito talvolta a questa tecnica valore specificamente artistico. E’ il caso di Alighiero Boetti (Torino 1940) che usa la biro blu o colorata per gli sfondi delle sue opere su carta a più pannelli, e di alcuni artisti brut che se ne sono serviti perché i ghirigori della sfera bene si prestavano a esprimere la loro poetica visionaria. Borrello invece è un convinto assertore dell’idea rinascimentale del disegno come suprema forma della pittura. A questo proposito ama citare l’affermazione di Giorgio Vasari essendo il dipingere disegnare, affermazione che ha fatto propria, giungendo a creare una fusione tra pittura e disegno che ha battezzato pittura a biro. Ispirandosi alla lontana ai principi ottici del divisionismo, l’artista, che lavora sempre a occhio nudo, cioè senza l’aiuto di lenti d’ingrandimento, e dipinge su tavole di cartone Schoeller di dimensioni generalmente attorno ai cm 30x40, talvolta anche 70x100, utilizza i sottili tratti di penna a sfera nera, blu e colorata per riprodurre virtuosisticamente lo sfumato monocromo o l’impasto cromatico dell’olio. Con un segno realista, a tratti fittissimi accostati, compiaciuto nella resa perfezionistica dei dettagli e grande effetto plastico, Borrello si dedica a nudi, paesaggi e ritratti, genere quest’ultimo da lui prediletto: dalla testa di carattere all’effigie di personaggi illustri, dalle figlie, a papa Wojtyla, a Mario Soldati, sostenuto da profonda forza espressiva e abilità di segno.

Grazia Ambrosio
Rivista "ARTE" Mondatori N°24
3 settembre1993

da "I GIUDIZI DI SGARBI 99 artisti dai cataloghi d
Giuseppe Borrello è un artista che ha approfondito la sua ricerca sulla figuratività classica, nella quale esercita una manualità meticolosa e, non per modo di dire, in punta di penna. Esaminare il suo percorso significa dunque cercare di comprendere meglio la sua propensione e il suo gusto per la figura umana, che egli tratteggia con la precisione e la pazienza infinita di un antico miniaturista, rivolgendosi soprattutto alla bellezza del volto femminile (fig.1) e della fragilità infantile.
Coraggiosamente anomalo nel panorama attuale dell' arte, Borrello dimostra le ottime ragioni di una scelta tutt'altro che facile, perseguita con un ardore insolito, e mirando a una resa visiva dl grande forza suggestiva. Egli proviene con evidenza dalla lezione del Novecento, ossia da quel momento magico di ritorno all'ordine della cultura italiana, quando i valori figurali e plastici erano stati riscoperti in contrasto con le avanguardie più dirompenti, e nel recupero della lezione estetica e formale della nostra antichità. Accolto questo insegnamento, lo ha rifatto suo recuperando la felicità di rapporto con un'arte appagante e difficile, alla quale si può accedere solo con lo studio e l’affinamento di doti artistiche innate e ormai, purtroppo, rarissime.
Borrello ha scelto di vivere lo spazio chiuso del suo atelier, e di credere a pochi ma sicuri elementi visivi. La sua verità interiore lo porta a cercare la bellezza nel segreto di uno sguardo, nel fremito controllato di una bocca, nel movimento naturale di una ciocca di capelli (fig.2). La riconoscibilità del reale è per lui elemento compositivo ineludibile per raccontare la sua visone del mondo, e per stabilire l'armonia e l'equilibrio delle forme e dei volumi.
Meraviglia l'uso sapiente che questo artista fa della penna e delle punte metalliche, mezzi che, per loro natura, non consentono ripensamenti e che costituiscono quindi il definitivo risultato di una contemplazione attenta al soggetto da raffigurare e di una progettazione lungamente elaborata. Alieno al gioco delle apparenze o delle illusioni, anche gli spazi che egli costruisce intorno alle sue immagini, rientrano nelle dimensioni della realtà. Operando con intelligenza, il suo tratteggio tende alla cristallizzazione della forma, a cui conferisce un'oggettività quasi asettica. Per altro, l'immissione dei dati figurali nella composizione assume valenze psicologiche tutt'altro che scontate, dove l'assenza di enfasi definisce precisi dati caratteriali e situazioni ben motivate. I suoi ritratti sono quindi costrutti analitici, nei quali vibrano temperature esistenziali tenute sotto controllo dal pudore dei sentimenti.
Non è incongruo, a questo punto, citare Annigoni come figura maestra di riferimento, anche se poi risulta del tutto personale il gusto scenografico che Borrello mette in luce, quando compone un'opera complessa e rischiosa come "La strage degli innocenti"(fig.3). Si tratta di una trasposizione allegorica di taglio rinascimentale, eseguita a penna biro monocroma, dove le fughe prospettiche, focalizzate da un'ombra nera a forma di croce sull'impiantito di un cortile di sapore metafisico, rispondono a leggi costruttive classiche. Le presenze scultoree dei guerrieri alludono a una violenza fredda, dove è stata esclusa la presenza del sangue. Le figure infantili sono drammatiche e contorte, come le posture delle donne indifese e disperate. Le qualità compositive di quest'opera non contraddicono certo la serena bellezza dei ritratti appena citati, e tuttavia aprono lo spazio a nuove interrogazioni sulle motivazioni più nascoste di questo maestro del segno.

Vittorio Sgarbi
Milano 2005

l'eleganza di un segno infinito
Capita sempre più di rado, per noi che osserviamo ogni giorno composizioni d’arte, di provare emozioni, stupore, o di conservare la memoria di un’immagine vista in un’esposizione: la condizione stessa del nostro lavoro di critici ci costringe a mantenere distacco e oggettività. Purtroppo, molto spesso l’arte contemporanea è lo specchio del tempo in cui viviamo, dove il messaggio, anche se criptico, gioca sul significante, abbandonando la lezione degli antichi, i quali ben sapevano coniugare la sostanza espressiva alla realizzazione tecnica. Come il nostro udito mal sopporta una musica dai timbri stridenti, così i nostri occhi rigettano, in fondo, colori male assemblati sulla tela, la tavolozza dal pigmento impuro, con i grigi o i bianchi tutt’altro che asettici.
L’arte contemporanea ha ormai posto in secondo piano il segno a matita di contorno e il disegno come narrazione compiuta in bianco e nero. Il lavoro lirico creativo e la sua alta esecuzione tecnica sono invece gli elementi portanti del messaggio figurale di Giuseppe Borrello. Egli, in questo tempo di avanguardie, di artisti che rinunciano al bello, è da considerarsi, a mio avviso, una sorta di eretico.
Alla negatività immanente dell’uomo, che per molti maestri del segno e del colore è solo più cancellazione, non rappresentabile se non con l’espressività informale, o meglio, con la non-forma, Giuseppe Borrello sembra rispondere quasi con candore. Da dove siamo partiti? Da dove ricomincia il dialogo, da tempo interrotto, con la rappresentazione riconoscibile?. Ponendosi queste domande egli riprende il tracciato dei maestri antichi, nel loro amore per la verità nell’uomo, nella figura esaltata, nella bellezza naturale e spirituale (momenti, a volte, irripetibili) coniugati insieme.
Giuseppe Borrello, prima di accingersi a creare dal supporto bianco della carta la figura umana prescelta, ne cerca entro di sé l’anima comunicativa. Nel ritratto di bimba del ’94, "Argenta", risaltato suadente della monocromia della penna biro, egli esalta la vivacità luminosa degli occhi e il presagio di un mondo futuro nel taglio della bocca, che funziona da centro focale di un volto dolce e indifeso, dal candore infantile. Opera rara e inimmaginabile nell’attuale panorama dell’arte contemporanea italiana, dove il mondo infantile ha le stesse sembianza abbruttite del mondo degli adulti.
Si può distinguere il "bello" dal "brutto" nell’arte? E’ questa una domanda complessa che E.H. Gombrich, il grande storico inglese d’arte, si è posto di fronte a un’opera di Rubens di piccole dimensioni, a matita su carta, che raffigurava la vecchia madre dal viso e dalle grosse mani "volgari" posate sul grembo. La vecchia, appunto, non porge messaggi di bellezza e di candore come accade per una figura giovanile. Può anzi inquietare, e mettere a disagio l’osservatore. Ma se la figura anziana è ripresa da un’artista sensibile, il quale sa cogliere l’anima, l’umanità provvisoria e nel contempo antica, ecco che avviene il miracolo. E’ questo, a mio avviso, anche il caso di "Volto di vecchio" eseguito in punta d’argento, del ’93 di Giuseppe Borrello. Si tratta della straordinaria raffigurazione della maschera della vecchiaia, dove la perduta bellezza del volto è stata sostituita da una serie di lineamenti realisti che porgono la storia di un saggio ormai al tramonto.
Giuseppe Borrello è certamente l’erede di quella corrente artistica chiamata "Pittori della realtà" che vide la luce in Italia alla fine degli anni ’50, e di cui fecero parte Annigoni, Sciltian, Antonio e Xavier Bueno. Come costoro egli non trasfigura il reale, ma lo sublima nei particolari dove la bellezza si sposa alla sacralità. Ne è ancora un esempio il disegno a penna-biro monocromatico intitolato "La Greca".
A volte, da oggettivo e pensoso si fa intimistico, affronta temi legati al paesaggio calabro o alle viuzze solitarie del suo paese nativo, come nel caso del lavoro espressivamente suggestivo dedicato a uno "Scorcio di Sant’Agata", opera del 1992, nata ancora una volta dalla grande abilità con cui egli sa affrontare la penna biro monocroma.
Artista altrettanto virtuoso è poi quando usa la punta metallica in argento, oro e palladio (si veda in questo caso "Zio Castore" del ’94) o di solo oro-argento ("Donna nuda seduta" del ’94). Questo artista calabrese, mediterraneo, ma torinese d’adozione, supera culturalmente i suoi limiti geografici, e si fa cittadino del mondo proprio nel momento in cui il suo vissuto diventa puro specchio di una condizione esistenziale.
Queste sue opere sono gioielli compositivi, frutti maturi di un paziente intrico di infinite linee parallele poste in diagonale, che egli sovrappone in un gioco magico di chiaroscuro. La sua carta la prepara con farina ossea e un collante particolare steso sul supporto (fig.8). Giuseppe Borrello segue in modo dotto l’antico intingolo di Leonardo e di Cellini. Conosce l’arte dell’esecuzione meticolosa, fatta di concentrazione interiore, e assolutamente antica e ancora nuovissima la sua tecnica d’uso della punta d’argento, o d’oro, o di platino e palladio. Sono disegni che nascono da tratti minutissimi, dove il platino funziona come un’autentica incisione su carta grazie alla morbidezza dell’insieme e alla monocromaticità pastosa ed elegante. La stessa monocromia si tinge di nero grazie alla trasmutazione alchemica dell’oro e del platino, mentre l’argento si muta in magma rossiccio.
L’anima di Giuseppe Borrello è rivolta alla lezione degli antichi. Le sue immagini non potrebbero venire in luce così alla perfezione se egli non avesse assimilato nella mente e nel cuore ciò che nel ’300 scriveva Cennino Cennini, che il disegno deve essere posto a "fondamento dell’arte" prima ed insieme al "colorire".
Giuseppe Borrello realizza ormai disegni compiuti come un quadro, la cui monocromia e gli sfumati sono già magnifica pittura.

Paolo Levi
Torino, 9 gennaio 2000

Il segno che si fa colore
E’agli albori del secolo XVI che Leonardo da Vinci disegna a punta d'argento- fors' anche d' oro - l'Angelo dall' impalpabile sorriso conservato nella Biblioteca Reale di Torino e altre opere destinate a confermare quanto aveva detto Cennino Cennini nel 1300: il disegno è il fondamento dell'arte. Un genere autonomo dunque, speculazione divina, pronto a divenire pittura nel momento stesso che l'artista lo voglia.
Dal 1979 vive a Torino Giuseppe Borrello, artista di talento dotato di abilità tecniche indiscusse, che traduce in colore i propri disegni: utilizzando infatti le punte d'argento, d'oro, di titanio o di platino (su carte appositamente preparate), affidando al tempo l'opera sicché si attui un processo di naturale ossidazione, il Borrello ottiene tonalità ambrate nelle parti disegnate a punta d'argento, grigio-nere in quelle contraddistinte dalla punta d'oro
Nasce così un interessante serie di opere del tutto personali, dal nudo "Carmen" che s' invera mediante l'accentuarsi delle ombre, alle teste di vecchi abilmente giocate fra rughe, insistiti particolari anatomici, barbe e ciuffi di capelli che denotano considerazione e amore per la rinascenza fiamminga, a modelle addormentate, a uno splendido bimbo che è simbolo dell'innocenza.
Il ritratto dello "Zio Castore" è ottenuto invece mediante l'uso della punta di palladio. Giuseppe Borrello - figlio d'arte giacchè il padre è scultore - nasce a Sant' Agata di Esaro (Cosenza), luogo che ripetutamente dipinge cogliendo la realtà di viottoli dai muri scrostati, scalette e avare finestrelle, brandelli di manifesti; numeri civici, anche, a testimoniare presenze celate oltre le pareti delle vecchie case.
Come tutte le genti del Sud, anche il nostro pittore profondamente vive il senso della famiglia per cui è facile ritrovare volti e personaggi a lui cari divenuti protagonisti nei grandi cartoni (di soggetto sacro o biblico) disegnati mediante la tecnica biro: si tratta di opere nuove e antiche al tempo stesso, nate dalla passione per il disegno, dall'esigenza di tradurre in realtà l' effimera realtà che appare nei sogni.
E' data 1983 la "Deposizione" (cm 100x70): qui ritroviamo volti consueti e cari a Borrello in una ridda di sentimenti, di simbologie, di attente citazioni naturalistiche; in un paesaggio contraddistinto da alberi spogli dominati tuttavia dal raggio della speranza, si ergono la croce, la scala, l'immagine d'un ipotetico apostolo che cala il corpo di Gesù. Un Gesù colto nello spasimo della morte, non più confortato dalle pie donne i cui volti si disegnano fra veli di fiamminga memoria. Tragica è "La Strage degli Innocenti" (evocante il modo di Giovanni Pisano la figura del carnefice che alza il bimbo tenendolo per un piedino), mentre "Apocalisse Duemila" potrebbe intitolarsi l'opera già pubblicata Senza Titolo nel 1982, determinata in parte dall'impatto con la grande città, i suoi misteri, le sue zone d’ombra fisica e morale; ci si sente soli. Solitaria dunque è la disperazione delle immagini - specie femminili - che animano questo disegno, figure riverse ai piedi d'un altare dominato dalla luminosa immagine del Cristo, abbandonate sui gradini d'una chiesa attraversata da luci metafisiche.
Ma la tecnica biro si traduce facilmente in colore: nascono così l'immagine di "Fabiola", fanciulla dal volto ambrato, avvolta in un fiammingo mantello, i cui occhi di un intenso azzurro azzurro trovano riscontro nelle tonalità della veste, nasce l'immagine della "Medusa" - una interpretazione moderna d'un tema antico - il ritratto di "Mario Soldati", il pastello "Mia figlia", bimbetta un po' imbronciata dal berrettuccio di lana che ne cinge il viso. Momenti tutti della vastissima produzione di Borrello, artista che il catalogo Mondadori già dieci anni or sono segnala quale unico artista conosciuto che usi un particolare tutto con penna biro. Un moderno modo di espressione che consente al pittore di realizzare dipinti che hanno il sapore dell'antico.

G.G. Massara
Mostra c/o Artecornice Torino
23 Marzo 1996

l’assoluta verità di Giuseppe Borrello
La più immediata riflessione che viene in mente innanzi ai disegni e alle grafiche di Giuseppe Borrello riguarda la loro estraneità (in ottica vuoi tecnica che tematica) alle problematiche di un tempo che, comunque, le ha suggerite ed alimentate.
La tensione di Borrello, infatti, a coniugarsi e a congiungersi a taluni aspetti del vero (un vero apparentemente osservato al di là di ogni possibile riferimento ed intervento critico), attraverso l’ostentato recupero di accenti consolidati, o mediante rivisitazioni di un esplicito patrimonio storico-culturale, induce certamente a separarne la visione dai profili d’una inventiva attuale e a suo modo interlocutoria. Il che intende anche conflittuale e per certi versi contraddittoria.
Ad osservarne, ancora e ad esempio, certi ritratti di familiari (ma si pensa anche a soggetti di altra natura), si coglie un’accentata volontà di mimesi che si traduce, poi, nell’organizzazione ritmica e sistematica di un segno che sembrerebbe coinvolgere l’osservatore nei termini di un vero e proprio sconcerto emozionale. Borrello insegue, infatti, non solo la forma ma, con essa,la pur minima piega, la pur impercettibile ombra, ogni benché tenue rialzo luminoso; ogni accento, infine, che conduce al rivelarsi di una visibile sembianza. La quale, soffermandoci sui ritratti, assume Maggior rilievo per esser concepiti su un fondo per lo più neutro che amplifica di per sé proprio il tessuto dei minimi segni. Apparenza, si diceva. E con essa, ovviamente un carattere. Lo stesso che sembra offrirsi per il vicolo di un paese, ove nulla sfugge all’orizzonte dell’occhio. Una pietra, un vaso di fiori, una ringhiera, panni stesi ad asciugare al sole, una scalinata sberciata, e quanto altro. Non già a ricreare un’atmosfera, ma a rifletterla per com’essa è.
Nel riflettere, appunto, ciò che è nella realtà, è ovvio che quanto si accennava circa il possibile allontanarsi dell’autore dai confronti di un avvertito linguaggio contemporaneo, si dà in buona evidenza. Eppure, se ci si rimanda a certa tipologia d’una narrativa attuale -cogliendola per gli aspetti ed i caratteri di un evidente spirito a suo modo illustrativo: un’illustrazione alta, s’intende - Borrello si inserisce in una condizione che non rifiuta - o ignora - talune tensioni. Della propria immagine facendo il luogo e il limite di un comportamento di osservazione. Il luogo e il limite di una ricerca di assolute verità.
Verità ch’egli intende il più oggettiva possibile, pur se nulla è obiettivamente oltre la soggettività. Ciò chiaramente implicando una relazione di riferimenti impliciti.
I quali divengono chiarissimi, di converso, là dove il suo segno dichiaratamente ripercorre (foss’anche reinventando un’iconografia) antiche immagini e soluzioni. "L’anima di Giuseppe Borrello - ha scritto Paolo Levi - è rivolta alla lezione degli antichi". Proponendo in tali termini, nella prospettiva cadenzata di un luogo, la propria ascendenza culturale. Il tutto nella logica d’una composizione ferma. Ove ogni personaggio appare mimare la propria gestualità. Ove ogni confronto e reciprocità si avverte nella stasi ed equilibrio di un racconto insistito. Ove pur s’avverte, per un’ombra che si proietta e che a suo modo interlocutoriamente amplifica la complessità narrativa, l’utilizzo d’una voce simbolica.
Probabilmente non nuocerebbe a Borrello una libertà Maggiore. Si avverte, infatti, che la sua coscienza fa vigile guardia a che egli non esca da una condizione. Per la quale si ribadisce come massimo valore l’accennato rapporto mimetico. Ma è questione di natura. Né a tutti i costi lo si vorrà diverso da quel che è, e sa essere.

Domenico Guzzi
Roma, maggio 2000

un campione del nuovo realismo
Una piena compartecipazione del disegno alla sua opera pittorica, e il disegno ovvero il segno prendono, a volte, lo spessore di pittura, sovrapponendosi per importanza alla tecnica maggiore.
E' quanto fa l' artista Giuseppe Borrello, uomo del sud trapiantato a Torino, che da qualche tempo alla chetichella prima, in modo più appariscente oggi, lavora nell'ambito di quella che vorrei definire allo stesso modo di D.Wellershoff"scuola del nuovo realismo".
Che vuol dire scuola che scopre la quotidianità, l' uomo, il mondo che ci vive attorno, riproducendo i dati fisici e sensoriali, come sotto una lente d' ingrandimento, o uno sguardo attento anche verso quel segno che ad esempio il Bossi già alla fine del '700 proponeva su fogli di disegno dell' Accademia di Brera. Dico il Bossi, ma altri nomi potrebbero a ragione fare, fino all' iperrealismo degli anni settanta, o alla magica figura di Hochney, o al primitivismo arcaico del Manzù.
Ma ora torniamo alle opere del Borrello, che con una voracità espressiva scava volti, individuando psicologie, sguardi, attraverso uno stile che appassiona, con correlazioni strutturali dell'immagine e una laboriosa affermazione del suo sistema plastico-dinamico. Un disegno, a volte con biro, a volte con punte di metalli preziosi, che sui fogli segnati, mette a nudo uno schizzo, una traccia e un traslato di significati che nella profondità e complessità della pittura talvolta sembrano sfumare.
Il severo appunto, che via via si aggroviglia, la variazione a penna che cerca una voluta, una matassa di fili che si intreccia, il foglietto o il cartoncino che si riempie, lo schizzo che ferma una simultaneità o anche una ruga d'espressioni, un accordo di piani e linee, una massa di scuri e chiari, pagine di scoperta che ridanno un'emozione unica, del lavoro dell' artista nel suo universo lampeggiante. Un' esercitazione classica sul vero che pare ridarci un novello Dürer, un Dürer del nostro fine secolo, un pittore che segna con puntigliosa economia lineare, le tacche scure, i tratteggi, le volute di colore. Sul ceppo della più nobile preistoria artistica del segno e del disegno, Borrello muove i suoi motivi stilistici, le figure femminili che rimandano alle madonne gotiche dipinte dai senesi o all' intera scultura pisana; il Cristo eseguito con un esempio magistrale di rigore e sincerità del suo segno; i profili puliti di opere che si notano anche nella serie ininterrotta di carte che descrivono i "Promessi Sposi", pure significati in incisioni di grandissima preziosità.
Persino il disporre talvolta l'immagine in ovale, richiama alla mente Pietro Lorenzetti o Simone Martini.
Borrello ha una cadenza umanistica nel suo lavoro, unica; una rete di segnali che sottostanno al lavoro di retificazione segnica. Egli ordina il tracciato grafico nella sfera del suo spazio, i volumi si saldano, acquistano valore nella pagina, una crescita che tiene conto sia dei blocchi plastici che della materia viva, sensibile e fragile, che suscita stupore, si ha quasi il timore di scalfire. Il nostro artista ha già scalfito con il suo magico segno la carta o altro, dandoci composizioni armoniche di preziosa sagomatura, di ritmo dell'immagine liberata senza sforzo dal proprio significato esteriore. Una rara sensibilità di segno e nitore nel fermare i volumi, con tecniche che sono rare, con lo studio attento del vero e un nobile esercizio del disegno fino all'esaltazione delle linee curve che insieme svuotano lo spazio e fanno schiudere tutta la grazia, la delicata proporzione dei corpi, la quiete e dolente bellezza che suscita incanti in sé isolati e conclusi. La vibrazione del segno, la elegante impaginazione della superficie, la plastica riassuntiva che agisce in modo onnivoro su una poesia tessuta. Come tessuti sono i fili che raccontano scene e volti, i movimenti del busto, i cenni del capo, l'impercettibile sollevarsi degli occhi. Un intervento artistico che pochi oggi in Italia toccano in modo così introspettivo da rimettere in moto i nervi e filamenti di un universo nascosto.
Resta sorprendente segnare l' uso delle tecniche che il Borrello avanza nel suo lavoro, come una volta egli disegna a "penna", anche se alla penna d' oca ha sostituito la penna biro, e al veicolo grafico della penna che era l' inchiostro nero seppia ha sostituito un inchiostro che scivola sulla punta della biro monocroma, nera o blu, più morbido, dandone una tale ombreggiatura che solletica un esame visivo. E richiamando un metodo già descritto dal Cennini e da Leonardo (1452-1519) il quale scrive nel "trattato della pittura": "i pittori per ritrarre le cose di rilievo, debbono tingere le superfici delle carte di nessuna oscurità e poi dare le ombre più oscure, ed in ultime i lumi principali in piccol luogo, i quali son quelli che in piccola distanza sono i primi che si perdono all'occhio".
Ma c' è anche per Borrello l' uso d' una delle più antiche tecniche, che è quella dell' uso della punta di metallo, per disegnare su carta.
Allora si disegnava più generalmente con la punta d'argento o di piombo, il nostro artista invece punta sull' argento, l' oro, il palladio, il platino e il titanio: nuovi materiali che danno impronta al perdurare d' un segno che scava nel foglio il naturale, suggerendo poi vitalità, movimento e modellazione interna alle figure, sì che il ritratto è la citazione più ardita dell'anima, dell' anima dipinta.
Ma dipinta non alla maniera solita, solo colorata, chè qualità forte del disegno. Le punte metalliche presentano un tratto netto e incisivo, mirabilmente accostato e intrecciato, che però nel tempo è soggetto ad ossidazione, e si volge a una colorazione cangiante. Ecco il valore del disegno, fonte prima del lavoro del Borrello, unico oggi a farsi interprete nell'uso delle tecniche antiche, d' un disegno colorato che contiene la macchia e il tratto, giacchè nasce dalla maniera, e il tratto dalla natura.
Lo stesso uso del carboncino, della matita e della sanguigna, tendono a porgere significati più espressivi, per morbidezze pittoriche e di sfumato; ma il disegno, e questo in particolare, sottoscrive la cultura senza esitazione, e nella carta riconosce gli antichi ideali.
Eccolo il campione del "nuovo realismo", campione il cui disegno insidua poesia e leggenda, fiorire e sfiorire della bellezza.

Carlo Franza
Milano, 6 Febraio 1997

l’incedere della linea
L’esperienza artistica di Giuseppe Borrello si stacca nettamente dalle vicende e dai linguaggi espressivi del secondo Novecento. Si tratta di una ricerca che si ricollega alla straordinaria stagione della pittura italiana, di un impegno che riconsidera il valore del disegno, della linea, del chiaroscuro, di una sequenza di immagini che hanno il fascino di deliziose fanciulle, dei volti dei bambini, di sinuosi nudi femminili, mentre prendono forma le testimonianze tratte dall’iconografia relativa all’Arte Sacra.
E questo suo mondo si pone al di là dell’Arte Povera, dei concettuali, dei citazionisti e dei minimalisti, per ridefinire il ruolo del pittore e della pittura in questo ben preciso periodo legato alla sperimentazione più avanzata, alle installazioni, all’impiego di nuove tecniche per esprimere il senso più profondo dell’umana esistenza.
In tale angolazione si definisce l’essenza del discorso di Borrello, la sua capacità di cogliere e fissare un profilo, di dare consistenza a una folta chioma, di circoscrivere la forma di un melograno o di un bricco per il caffè. Le sue incisioni rinnovano, quindi, la vibrazione del segno che scandisce la figurazione con energia, con intensità, con la volontà di imprimere sulla lastra e, poi, sul foglio di carta le antiche strade di Sant’Agata di Esaro, in provincia di Cosenza, con i muri corrosi dal tempo, i vasi di fiori sui balconi, le scale che immettono nelle abitazioni.
E la successione delle "impressioni" sottolinea un mondo che è fatto dall' espressione raccolta e ispirata di un "Padre Pio", il drappeggio della veste di "Claudia", la sottile malinconia che trapela dalla "Nostalgia del mare", sino ad arrivare all' "Estasi" della ragazza coi vortivosi capelli sciolti.
Dalla linea morbida e armoniosa ottenuta con la punta della biro, si passa alla suggestione della punta d’argento, alla Maggior durezza delle incisioni che completano l’ampio "corpus" delle "tavole"

Angelo Mistrangelo
Torino, 23 marzo 1996